GRAEME SIMS: UN UOMO CHE HA FATTO DEL RAPPORTO CON IL CANE UNA QUESTIONE DI CUORE

15/09/2014

Graeme Sims, classe 1937, non è solo uno dei dog trainer più famosi al mondo: è soprattutto un uomo che ha fatto del rapporto con il cane una questione di cuore, un love affair come direbbero dalle sue parti.
 
Dopo aver lavorato come creativo in un’agenzia pubblicitaria, ha cambiato la sua vita diventando addestratore di cani da pastore. Ora è uno dei dog trainer più famosi al mondo.
Da poco è uscito “Fa’ la cosa giusta - Diventa il miglior addestratore del tuo cane con il mio metodo” (ed. Sperling & Kupfer), il libro in cui dedica molto spazio a educare le persone che vogliono imparare a interagire con il cane e solo dopo condivide i consigli sul proprio quattro zampe.
 
In questi giorni è stato in Italia, al Dogxford di Collegno (*), dove ha tenuto un corso sul suo metodo.
Ecco l’intervista rilasciata a La Stampa, ricca di spunti di riflessione. 
 
 
Mr. Sims, quanto bisogna essere predisposti per educare un cane e quanto si può imparare a educarlo?  
 
«Questa è la vecchia domanda sul come insegnare a chiunque a essere un artista. La maggior parte dei libri dicono che puoi diventare un artista, ma non è così. Mi hanno fatto una domanda simile quando ero in Sicilia: mi chiesero come facessi a scegliere, di fronte a più cuccioli, quale fosse un futuro buon cane da pastore. Mi chiese se si trattasse di magia, nel senso di istinto, o di conoscenza. Gli dissi: dammi il tempo della pausa pranzo per pensare alla risposta. Poi tornai da lui e gli dissi: le due valgono al 50%. In questo senso: mentre faccio tutte le domande su come sono i genitori del cucciolo, su che carattere hanno, in realtà sto guardando il cane, lo sto studiando, sto avendo con lui uno scambio di empatia. E’ quello il vero scalino che mi fa capire se lui è quello giusto»
 
 
Tra i primi consigli nel suo libro c’è quello di imparare ad ascoltare il proprio cane, a volerlo capire. Un consiglio che dovrebbe quasi essere scontato per chi decide di condividere la propria vita con un quattrozampe. Eppure spesso non è così. E’ più “triste” vedere che deve dare consigli come questo oppure è più “triste” da accettare che le persone hanno difficoltà a capirli e metterli in pratica? 
 
«Alla fine di tre giorni di seminario, mi è capitato di chiedere a una signora: “Siete soddisfatti di quello che vi ho insegnato, avete capito tutto?”. Lei mi ha risposto: “Sì, ma che cosa devo fare?”. Le ho detto che ho speso tre giorni nel spiegarle che cosa doveva fare. A volte le persone si aspettano un A-B-C meccanico e non sono in grado di pensare in maniera laterale. Queste persone purtroppo non avranno mai dei cani felici».
 
 
Lei scrive che un cane educato è un cane felice. Crede che le persone che vengono a un corso come il suo, cercano principalmente il benessere dell’animale o desiderano “controllare” il proprio cane? 
«Purtroppo credo che alla fine vogliano controllare il loro cane. Si dice che “la strada per l’inferno sia lastricata dalle buone intenzioni”»
 
 
Quante di queste alla fine del corso tornano a casa comprendendo che dovrebbero pensare al benessere dell’animale? 
«Nel caso di questo corso che sto facendo, una percentuale molto elevata: l’80-90%. Mediamente un 50%»
 
 
E’ un fattore che può dipendere dall’età della persona? 
 
«Sì, perché le persone più avanti negli anni hanno i loro schemi mentali. Le faccio un esempio: una volta ero in Sardegna a fare un corso per cani da pastore. I partecipanti avevano una loro idea, quella di prendere il loro cane e metterlo subito con le pecore. Mentre io credo che prima bisogna insegnare al cane come è fatto il mondo che lo circonda e l’ho detto loro in maniera molto secca. Alcuni si sono quasi offesi. E’ qualcosa che capita più per questioni di orgoglio che di reale conoscenza dei fatti»
 
 
Lei propone un metodo “dolce” di educazione per i cani, mentre altri educatori, come Cesar Millan, propongono uno stile opposto. Chi segue questi ultimi, in alcuni casi, li ritiene ottimi perché unici nel gestire cani di grossa taglia o con carattere aggressivo. Che cosa ne pensa? 
 
«Quello che in realtà queste persone stanno dicendo è “io sono incapace di controllare questo cane molto grande”. Innanzitutto un cane non è consapevole della propria dimensione: il mio cane Bob di 22 kg poteva far retrocedere un bove di una tonnellata e mezza, il tutto grazie a un’intelligenza superiore e una volontà di ferro. Questa è una scusa per salvare gli incompetenti dalla critica: è come non voler usare la propria intelligenza nel rapportarsi al cane, costruire un muro. La brutalità è certamente un metodo più veloce. Nel leggere il lavoro di Cesar Millan ci si rende conto che è un barbaro senza alcun conoscenza, è solo una macchina creata dal marketing per far soldi. La mia sensazione è che non abbia fatto alcuno sforzo per cambiare la percezione che il mondo ha dei cani. Quando ho letto il suo primo libro ho fatto qualche ricerca su di lui, e ho visto che la sua qualifica era di “dog walker” (chi porta a passeggio i cani n.d.r.). Io lo facevo quando avevo otto anni e non ho imparato molto portandoli a passeggio, ma semplicemente li portavo in giro. A volte si percepisce che tutto dipende dalle analisi fatte dal marketing: se si pensa che il 60% dei proprietari di cani sono “tradizionalisti”, allora si propone un modello di educazione come quello di Cesar Millan perché è quello che si vogliono sentire dire. Chi segue, per esempio, i metodi di Turid Rugaas (dog trainer di fama internazionale n.d.r.) sono persone con una mentalità più aperta, disposti a cambiare idea. Mentre quelli che seguono Cesar Millan non coinvolgono alcun tipo di pensiero in quello che fanno e non sono disponibili al confronto»
 
 
Nel suo libro c’è un vero e proprio “inno alla calma”. Lei spiega come sia importante far percepire la propria calma interiore per comunicare meglio con il proprio cane, dedicandogli molto tempo. E’ un paradosso il fatto che, in un mondo sempre più frenetico, molte persone vogliono avere un cane nella propria vita? Perché sempre più persone sentono il bisogno di avere un cane al proprio fianco? 
 
«Domanda difficile. Tutti i cani che ho avuto in vita mia li ho avuti perché li amavo e perché avevo un vuoto che sentivo potesse essere colmato solo da un cane. Il mio primo cane, Sugar Ray, l’ho avuto quando avevo otto anni e la mia volontà non era quella di controllarlo, ma volevo qualcosa che fosse mio, da poter amare. Non so perché le altre persone vogliano avere un cane. Io so che l’ho voluto perché avevo un’infanzia insoddisfacente e volevo avere un’intimità con un qualcosa che fosse solo mio. Fu l’esperienza più bella della mia vita»
 
 
Il suo rapporto con un cane è qualcosa di più simile a quello con un figlio o a quello con un amico? 
 
«E’ meglio di entrambi. Una volta ero prete e tutte le mie preghiere iniziavano per i cani. Se io potessi scambierei il mio posto in Paradiso con i cani. E’ un qualcosa di molto prezioso, difficile da descrivere a parole. Forse mi rendo conto che l’amore che cerco nel cane è frutto dalla mancanza di amore e stima che ho avuto quando ero piccolo da parte di chi invece te lo aspetteresti, come i miei genitori. E credo che questa sensazione valga per molte altre persone»
 
 
A proposito di cani che possono colmare vuoti psicologici o aiutare a contenere gli effetti di certe malattie, che cosa pensa dei cani nella pet therapy? 
«Credo che sia un’attività positiva. Ho conosciuto molte persone che hanno svolto bene questa attività portandone giovamento ai pazienti coinvolti»
 
 
Lei pensa che chi guida il cane nella pet therapy consideri anche il benessere dell’animale? 
 
«Generalmente c’è una grande attenzione al paziente, però ho riscontrato anche una grande attenzione al prendersi cura anche del loro cane. Credo però che in pochi abbiano l’abilità di identificarsi con il loro cane: a volte le persone sono così impegnate nella loro crociata, nella loro missione che si dimenticano di gratificare il loro animale perché in realtà pensano solo a che cosa deve fare con il loro cane. Talvolta perdono il senso del bilanciamento: spesso vanno a seguire tutti i seminari, senza essersi realmente chiesti “Il mio cane vuole fare pet therapy? Vuole fare agility?”. Per molti il cane serve a riempire un vuoto, ad avere uno status, a potersi divertire. Questa cosa mi spaventa, anche per questo cerco sempre di capire se i miei cani vogliono realmente lavorare con le pecore. Non voglio che il cane sia costretto a far qualcosa che non vuole fare»
 
 
Lei prima di diventare un dog trainer era un creativo in un’agenzia pubblicitaria. Puoi ha cambiato completamente vita dedicandosi ai cani da pastore. Ci sono molti giovani che sognano di diventare educatori cinofili o per necessità, come forma di lavoro, o per passione. Che consiglio può dare loro per riuscire su questa strada? 
 
«Direi di inseguire i loro sogni. Ma se lo fanno come professione devono avere una grande capacità di analisi. Molte volte si pensa di agire solamente sul cane, invece spesso è più importante agire sulle persone. Quindi ci vuole tantissimo studio, non solo quello accademico, ma quello anche dell’esperienza, parlare con tantissime persone e cercare di capire che cosa funziona e che cosa no. Ancora un suggerimento: non bisogna mai essere completamente vincolato a una teoria, ma essere pronti a passare la propria vita a dire “non so se è così”»
 
 
Un’ultima domanda: che cosa pensa della storia dell’orsa Daniza e del fatto che da un lato si vogliano reintrodurre certi animali sul territorio e dall’altro non si sappia convivere con loro?
 
«Mai sentito nulla di più stupido nella mia vita, qualcosa che denota grande ignoranza. Qualche mese fa, in Modigliana, la notte prima che io arrivassi, un lupo aveva ucciso due pecore del seminario che dovevo tenere. Gli allevatori mi dissero: è triste, ma i lupi sono protetti. Nel caso dell’orsa, la vera domanda è: perché quel fungaiolo ha potuto avvicinarsi così tanto in una zona dove c’era l’orsa con i suoi cuccioli? C’è qualcosa di sbagliato. Le voglio dire anche una cosa: qualche hanno fa, in uno zoo in Inghilterra, un bambino si avvicinò così tanto allo spazio dove c’era un gorilla fino a caderci dentro. Tutti corsero ad armarsi di reti e fucili, ma rimasero sorpresi dalla reazione dell’animale: il gorilla prese in braccio il bambino, lo tenne sino a quando smise di piangere e poi lo restituì alla madre. Le dico un’altra cosa: una volta mi venne commissionato di dipingere un gorilla che era chiuso in una gabbia. Non entrai dentro, ma mi avvicinai molto per vederlo da vicino. C’era solo una fessura attraverso la quale gli veniva passato il cibo. A un certo punto mi sentii prendere delicatamente una delle mie mani, la mise a fianco alla sua, quasi a volerla confrontare. E poi mi guardò fisso negli occhi. Questo mi fece pensare che non siamo gli unici a poter ragionare e dovremmo saper convivere con loro, rispettandoli»
 
 
(*) Il corso di Graeme Sims è stato tenuto in collaborazione con Dogxford, asilo per cuccioli di Collegno (Torino) nato nel febbraio 2014.  
La struttura, oltre alle attività di Daycare, degenza post operatoria e “puppy party”, organizza percorsi formativi, seminari e progetti educativi per scuole. 
Per maggiori informazioni: Dogxford.it 
 
Foto e Fonte: La Stampa
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