Come i cani dei rifugi mi hanno guarita dalla bulimia

04/05/2016

Una sveglia sul mio cellulare mi ricorda tre volte al giorno di fare una pausa e prendere un bel respiro che mi restituisca consapevolezza. Io la chiamo la mia "Sveglia del Risveglio", anche se qualche volta mi capita di spegnerla senza fermarmi per tornare subito a navigare su Instagram, o a mangiare una pizza, o a preoccuparmi ossessivamente del lavoro.
 
In questa società iper-occupata, in cerca di continue e immediate gratificazioni virtuali e ossessionata dall'aspetto, è già abbastanza difficile saper rallentare e approfondire la consapevolezza del momento presente. Ma è ancora più difficile quando il momento presente comporta un livello di dolore e di sofferenza che vuoi disperatamente ignorare.
 
Al liceo, quando mio padre ha iniziato a bere fino ad uccidersi e la nostra famiglia è andata in pezzi, ho desiderato quel sollievo dal dolore e dall'ansia che chiunque abbia mai amato un tossicodipendente conosce fin troppo bene. Ho desiderato fortemente una lucida amnesia in grado di spegnere il mio cuore e il mio cervello.
 
Ho scoperto la bulimia.
 
Di solito intorno a mezzanotte, diventavo famelica in un modo quasi disumano. Mi piaceva sgattaiolare giù in cucina e dare un morso a una barretta di muesli e poi un altro morso e poi un altro.
Ben presto non facevo altro che sgranocchiare caramelle e patatine e biscotti, tutto il cibo che non mi sarei mai sognata di toccare nel corso della giornata.

Con la sensazione del cibo che scivolava giù per la gola, la bocca in continuo movimento, la mia pancia sempre più piena, avrei presto dimenticato mio padre ubriaco e l’esame di matematica andato male e il ragazzo che mi piaceva e che non mi ricambiava. Mi sembrava mi facesse dimenticare tutto, in quei momenti non avevo un pensiero al mondo.
Le mie mani erano sporche di burro di arachidi o di l'insalata di pasta fredda. Non c'era tempo per prendere le posate: c’'era solo l’urgenza di riempirmi, seguita immediatamente da un urgente bisogno di svuotarmi.
 
Quando ho vomitato per la prima volta, non sapevo che avrebbe finito per devastare ogni ambito della mia vita, dalle mie relazioni, ai miei sogni, ai miei denti.
Non sapevo che in cinque anni sarei stata ricoverata e avrei vissuto in un centro di riabilitazione con donne che erano troppo magre per riuscire a camminare.
Non sapevo che mi sarei svegliata con le nocche scorticate, gli occhi iniettati di sangue e la sensazione della mia gola in fiamme e che sarebbe stato normale.
Non sapevo che per otto anni il mio disturbo sarebbe cresciuto fino portarmi a vomitare fino a venti volte a notte.
 
Quello che dal di fuori poteva sembrare un metodo distruttivo per perdere peso, era in realtà un disperato tentativo di fuga dalla mia realtà interiore, dai pensieri e dalle emozioni che mi sembravano troppo grandi da gestire.
Il recupero non passava tanto dal mio rapporto con il cibo, quanto dal fare pace con il mio rapporto con il momento presente.
 
Ho scoperto che io mio padre non eravamo poi così diversi. Papà annegava il suo dolore in mari di vodka e di negazione, mentre io mi mettevo le dita in gola cercando di svuotarmi il cuore.
Entrambi stavamo cercando di sfuggire alla nostra sofferenza e di nascondere la nostra vulnerabilità.
Siamo morti più e più volte, cercando di non sentirci.
 



Poco dopo la riabilitazione, ho iniziato a fare volontariato con gli animali senza casa della San Diego Humane Society.

Fu lì, a piccole dosi, che ho iniziato a fare spazio nel mio cuore, invece che nel mio stomaco, per guarire il mio disagio.

Ogni volta che mi sentivo ansiosa o depressa o sopraffatta, andavo da un grosso cane, di solito un Pit Bull che credeva di essere un cagnolino, e mi aggrappavo al suo corpo ingombrante come a un'ancora in attesa che si placassero le ondate di emozioni che mi scuotevano.

Quando ogni molecola del mio essere voleva solo scappare, questa presenza mi aiutava a sentirmi e a restare nel presente. Con una creatura non giudicante, che non conosceva altro modo di essere che nel qui ed ora, potevo lasciar perdere i miei metodi di auto-protezione e lasciare che la mia parte tenera e vulnerabile uscisse fuori.
 
Nel libro “I doni dell’imperfezione”, Brene Brown descrive come nella sua prima forma, la parola "coraggio" non fosse associata con l'eroismo o la forza esterna, ma con la consapevolezza e la vulnerabilità. Il termine deriva dal latino, "cor", e in origine significava: "Parlare alla mente di un altro mettendoci tutto il tuo cuore."
 
A mio parere, questo è ciò che fanno i cani dei rifugi. Con il semplice linguaggio dei loro corpi, raccontano cosa c’è nel loro cuore.
Se un cane vuole essere lasciato solo, tiene le distanze. Se ha paura, trema e abbassa la coda.
Se è in cerca d’amore, spinge il naso attraverso le sbarre e cerca di raggiungerti, ti salta in grembo, ti saluta con un entusiasmo che sembra non appartenere a questo luogo arido e buio.
 
Alcuni anni fa, mentre facevo volontariato in un ricovero per animali di Los Angeles, ho incontrato una cucciola di Pit Bull tigrata di dieci mesi, Sunny. Era stata vittima di maltrattamento. Stava nell'angolo posteriore dell'ultimo box del rifugio, era così magra che anche la sua ombra sembrava fatta solo di ossa. La coda le era stata tagliata e rotta in più punti, come se qualcuno avesse preso un martello per farlo.
 
Ogni volta che mi avvicinavo, piagnucolava di gioia e spingeva il muso attraverso le sbarre arrugginite. I suoi occhi erano così intensamente espressivi, marroni con pagliuzze luminose color ambra.
Sembrava spesso sul punto di parlare, di dire qualcosa di triste ma vero.
 
Mi piaceva inginocchiarmi davanti a lei e accarezzarle attraverso le sbarre i suoi fianchi, baciarle il naso bagnato e dirle che sarebbe andato tutto bene.
Spingeva il suo corpo magro contro di me con entusiasmo, torcendo la testa per guardarmi negli occhi, strizzando gli occhi alla luce del sole.
 
Sunny sapeva di non appartenere a quella gabbia, che la teneva lontana dai luoghi, dai suoni e dagli odori del mondo che la facevano sentire viva. Lei non era proprio fatta per cattività e non era disposta a far finta che le cose non fossero così male e ad accettare quanto misera fosse diventata la sua vita.
Spingendo il naso attraverso le sbarre, diceva la verità che sentita nel suo cuore.
 
In questo ambiente desolato, molti cani del rifugio si comportavano come avrei fatto io se fossi stata intrappolata in una gabbia: si lasciavano andare sempre più mentalmente e fisicamente.
 
Sunny invece faceva i suoi passi avanti verso la guarigione.
Ha superato la paura del suo riflesso nella ciotola dell'acqua e ha imparato a bere nel caldo sole estivo. Ha cominciato a mangiare di nuovo, prendendo le sue prime crocchette dal palmo della mia mano. E piuttosto che temere gli esseri umani o rinunciare per sempre al contatto, Sunny ci cercava.
 
Alla fine, la sua capacità di essere reale e vulnerabile le ha salvato la vita.
 
Credo che abbia salvato anche la mia.
 


Il mio recupero, dalla depressione e dalla bulimia, è stato costruito sulla mia capacità di riconoscere ciò che sento in questo momento, invece di scappare.

Ho imparato a lasciare andare i miei metodi di auto-protezione e a chiedere aiuto, a rinunciare alla maschera della "coraggiosa" e a mostrare quella reale, a dare agli altri una risposta onesta quando mi chiedono come sto.
 
Ho imparato ad essere più come un cane dei rifugi e a dire a tutti cosa c’è nel mio cuore. Anche quando fa male.
 
© 2016 Shannon Kopp, author of Pound for Pound
 
Per guardare il bel video dedicato a questa storia clicca qui.


 
Shannon Kopp, autrice del libro Pound for Pound: A Story of One Woman's Recovery and the Shelter Dogs Who Loved Her Back to Life edito da HarperCollins, si definisce “scrittrice, superstite dal disordine alimentare e avvocato per il benessere degli animali”. Ha lavorato come volontaria in vari rifugi per animali in tutta San Diego e a Los Angeles, dove i cani abbandonati l’hanno aiutata a scoprire un modo più sano, più gioioso di vivere. La sua missione è aiutare ogni cane di questi rifugi a trovare una casa amorevole, e contemporaneamente aumentare la consapevolezza circa i disturbi alimentari e i problemi di benessere degli animali.
 
Foto e Fonte: Barkpost
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