Il parto della gatta

02/12/2014
Il parto della gatta
Inizialmente non si notano mutamenti, ma già dopo dieci giorni, attraverso un’attenta palpazione dell’addome, si può rilevare la presenza dei feti e ricorrendo all’ecografia se ne potrà determinare con sicurezza il numero. A partire dal secondo mese di gravidanza, l’addome comincia ad aumentare di volume (non sempre in rapporto al numero dei feti) e la micia diventa, in genere, ancora più dolce e coccolona del solito. Generalmente la quantità di cibo richiesta rimane la stessa, ma può anche aumentare notevolmente; in questo caso bisogna evitare di far ingrassare troppo la gestante, cosa che potrebbe rendere più difficoltoso il parto, curando invece la qualità dell’alimentazione. La gatta apparirà sempre più impacciata e, soprattutto nei mesi estivi, leggermente affaticata; poi, all’avvicinarsi del momento fatidico, inizierà a gironzolare per casa alla ricerca di un luogo adatto dove far nascere la sua prole; armadi e cassetti saranno particolarmente adocchiati. È questo il momento in cui dovrete allestire una culla adatta per il lieto evento, che normalmente avverrà dopo circa due mesi dall’accoppiamento, anche a seconda della razza.

Micia diventa mamma

Sicuramente il parto di una gatta è una esperienza meravigliosa per il suo proprietario e costituisce una tappa fondamentale nel rapporto fra i due. È bene comunque affrontare questo evento con responsabilità, perché starà a voi sopperire alle eventuali carenze di cure da parte della madre nell’allevamento della prole. Avete tempo da dedicare alla mamma e soprattutto ai cuccioli? Sapete come allevare i piccoli dopo lo svezzamento? Se, poi, la micia è troppo giovane, dovete essere in grado di affrontare anche una serie di pericoli: parto difficile; mortalità neonatale; mancanza di latte e conseguente abbandono della prole; una maggiore probabilità di ipocalcemia; facile deperimento della mamma.

Il parto

Quando si avvicina il momento, è la gatta, in genere, a chiamare, invitando a seguirla presso la culla. Un po’ spaventata, specie se si tratta di una primipara, chiede sostegno e aiuto. Per tranquillizzarla ed evitare che girovaghi nervosamente per la casa, accarezzatela sul ventre e sull’addome. A mano a mano, le fusa si fanno sempre più rumorose, il respiro più frequente (solo le puerpere più nervose arrivano ad ansimare) e giungono le prime contrazioni, dapprima più distanziate, poi sempre più ravvicinate. Ora la vulva inizia a dilatarsi e si ha la “rottura delle acque”. La micia continua a leccarsi e ripulirsi e, finalmente, simile a un palloncino, appare il primo sacchetto amniotico. L’istinto guida mamma gatta, che lacera il sacchetto rosicchiandolo, per permettere la fuoriuscita del primo neonato che, tramite il cordone ombelicale, è legato alla placenta (che verrà estromessa subito dopo). Quindi lecca il piccolo vigorosamente per aiutarlo nel primo atto respiratorio, accompagnato generalmente dal primo vagito. Recide poi il cordone ombelicale, mangia la placenta ed è pronta per il successivo nascituro. Il gattino può presentarsi con il capo e iniziare a “urlare” quando non è ancora completamente uscito, oppure con le zampe posteriori, cioè podalico: frequente è l’alternarsi dei casi. Normalmente il parto ha una durata inferiore alle quattrosei ore, considerando un intervallo tipico di mezz’ora tra una nascita e l’altra; al termine si ha l’espulsione dell’ultima placenta (di cui bisogna accertarsi perché può provocare pericolose infezioni della nascita, i micini cercano le mammelle, postparto). La cucciolata ideale è composta dalle quali fuoriesce un primo liquido, detto da tre o quattro piccoli, il cui peso è di un “colostro”, assai ricco di anticorpi, proteine etto circa. Appena si riprendono dal trauma e sali minerali, sostituito nei giorni successivi dal latte vero e proprio. Si ricorda che i piccoli, ciechi e sordi alla nascita, si orientano unicamente tramite l’olfatto. In questa primissima fase di vita, i micini sono privi della capacità di termoregolazione: sarà quindi la madre a fornire loro il calore necessario. Per queste ragioni la gatta non si muoverà dalla culla per almeno ventiquattro-quarantotto ore: in natura, il nutrimento necessario a superare questa fase le viene dall’ingestione delle placente; nei giorni seguenti essa si allontanerà solo quando avrà necessità di “sporcare”. È bene allora portarle nella cuccia i pasti, che devono essere ricchi, per consentire alla mamma di rimettersi dal travaglio e di nutrire al meglio i cuccioli. I micetti hanno un ritmo di crescita di dieciventi grammi al giorno e iniziano ad aprire gli occhi dopo una decina di giorni; intorno al mese, muovono i primi passi all’esterno della culla.

La culla

Ogni proprietario di gatta gravida alla prima esperienza si comporta come un“padre in attesa”e, sicuramente, uno dei primi problemi che si pone è la preparazione di un contenitore idoneo da mettere a disposizione della futura mamma in un luogo adatto. Le cose da ricordare sono che: durante il parto ci sarà emissione di liquido amniotico e sangue; i neonati dovranno sentirsi protetti all’interno del loro primo alloggio; nel contenitore mamma gatta dovrà poterci stare comodamente sdraiata per l’allattamento dei piccoli; i neonati non devono rischiare di soffocare, finendo sotto stracci o copertine. Per tutte queste ragioni non andrà utilizzata la normale “cuccia”, ma uno scatolone di cartone o una cassetta di legno di circa 55 x 45 x 20 cm. All’interno del contenitore, per isolarlo termicamente dal pavimento, si metteranno dei fogli di giornale; sopra, per rendere morbida la cuccia e per assorbire i liquidi, uno o due vecchi asciugamani; sopra ancora si disporrà un vecchio lenzuolo, ben fissato sui bordi (bisogna assolutamente evitare che i lembi ricadano all’interno avvolgendo i cuccioli con il rischio di farli soffocare), in modo da realizzare una vera e propria culla. Per renderla più morbida si potrà mettere un cuscinetto sui giornali che, per igiene, dovranno essere cambiati dopo quattro o cinque giorni dalla nascita dei piccoli. Preparato il contenitore, è necessario cercare il luogo adatto dove collocarlo, ricordando che non deve essere ideale per il proprietario, ma per la gatta (in caso contrario, si può rischiare l’esproprio di un armadio o del proprio letto!). Bisogna scegliere un angolo riparato da correnti d’aria e lontano da punti di passaggio. Se la gatta è molto viziata ed è abituata a dormire con voi, sarà bene che posizioniate “la culla” accanto al letto: si sentirà più protetta dalla vostra presenza e sarà orgogliosa di mostrarvi i suoi gioielli!

Ma non sempre tutto è perfetto...

Se la gatta ha le contrazioni, soffre, ma dopo qualche ora di travaglio non riesce a partorire, è bene rivolgersi al proprio medico veterinario per consigli o eventuali interventi. Se la mamma non si cura del nascituro (può succedere alle primipare): aprite l’involucro fetale (tempestivamente, per evitare che il piccolo soffochi) ed eliminate la placenta; disinfettate un paio di forbicine con le punte arrotondate e tagliate il cordone ombelicale a due o tre centimetri dall’addome (alcuni consigliano di farlo con le unghie, perché il taglio risulta più simile a quello fatto dalla madre con i denti, ma con le forbici è più igienico); asciugate e massaggiate il piccolo e aiutatelo ad attaccarsi ad un capezzolo. Se il peso alla nascita è inferiore ai settanta grammi (succede in caso di parto precoce, cioè precedente al sessantatreesimo giorno, o di nidiata troppo numerosa), le probabilità di sopravvivenza sono scarse, perché gli organi di un gattino troppo piccolo non sono ancora perfettamente formati; è bene, comunque, cercare di allattare i piccoli e, trascorsi otto-dieci giorni, la situazione si potrà ritenere stabilizzata e le possibilità di sopravvivenza diventeranno elevate. Se la mamma abbandona i figli, è probabile che sia a causa di una minima produzione di latte: è il dolore provocato dalle mammelle turgide che la fa stare istintivamente accanto ai cuccioli; in questo caso: i piccoli vanno allattati, ma anche tenuti al caldo, magari con una lampada o con una borsa di acqua calda; la madre va obbligata a stare il più possibile con i figli, affinché, succhiando anche solo poche gocce di latte, possano acquisire gli anticorpi. Se i piccoli non trovano i capezzoli, andranno guidati, dopo aver tagliato il pelo circostante e premuto delicatamente il capezzolo, per farne uscire un po’ di latte.

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Si ringrazia per i contenuti Giunti Editore - De Vecchi

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