Addomesticamento e storia del gatto

02/12/2014
Addomesticamento e storia del gatto
Non esistono prove (attraverso graffiti o altro) di incontri tra gatto e uomo preistorico; si ipotizza perciò che i primi contatti siano avvenuti durante il neolitico, quando si iniziò a immagazzinare i raccolti. La più antica testimonianza di un tale rapporto risale al 2600 a.C.: in una tomba dell’antico Egitto è stato ritrovato un dipinto raffigurante un gatto con collare. All’apparenza, comunque, più un animale selvatico in cattività che un gatto domestico.

Antico Egitto

All’epoca, il gatto era un animale selvatico, che viveva ai bordi del delta del Nilo cacciando uccelli, topi e serpenti. Ben presto, però, gli egizi si resero conto che questo felino poteva diventare un valido alleato per lo sterminio dei topi che, in concomitanza con i periodici straripamenti del Nilo, invadevano tutti gli anni i campi e i granai. Fu proprio per questo motivo che il gatto cominciò a essere addomesticato. È durante il regno del faraone Tepia (o Montuhotep I, XI dinastia, 2100 a.C.) che furono raffigurati i primi gatti come facenti parte della vita quotidiana e già nel 1800 a.C. furono associati con sicurezza agli dei e perciò venerati. Molte divinità vennero rappresentate con sembianze feline. Per esempio Ra, dio del sole, raffigurato nel Libro dei morti (un papiro risalente a 3200 anni fa) mentre uccide Apep (o Apophis), dio dell’oscurità. Il rito avveniva, secondo gli antichi egizi, ogni giorno allo spuntar del sole. Sicuramente la più conosciuta rimane comunque Bast o Bastet che con Sekmet era associata a Ra. Inizialmente con sembianze leonine, assunse poi testa e infine corpo di gatto. Bast simboleggiava gli effetti benefici del sole, cioè il calore fecondante dell’astro. I gatti, inizialmente non molto abbondanti, vennero così adorati e protetti. Sanzioni pesanti furono applicate contro chi feriva questi felini domestici e una sorveglianza puntigliosa ne impediva l’esportazione; pena prevista: la morte! Myeu, come veniva chiamato il gatto, era parte integrante della famiglia e, si dice, che alla morte dell’animale il padrone si radesse un sopracciglio in segno di lutto. Centro principale del culto di Bast era la città di Per Bastet (Bubasti per i greci, attualmente Zagazig), situata vicino al delta del Nilo, dove – secondo Erodoto – si svolgevano festeggiamenti annuali in onore della dea e dove è stata rinvenuta una necropoli di gatti sacri mummificati, con relativo tempio. Purtroppo la maggior parte di queste mummie venne distrutta, ma quelle salvate risultarono fondamentali per gli studi sulla specie.

Oriente

La diffusione del gatto dall’antico Egitto al Medio Oriente avvenne quasi sicuramente per opera dei fenici che, grandi navigatori e abili commercianti, riuscirono a esportare sulle coste asiatiche mediterranee questo cacciatore domestico. La prima prova tangibile della sua presenza in queste aree si deve a una statuetta d’avorio, risalente al 1700 a.C., ritrovata in Palestina. In seguito il gatto ebbe fortuna nella cultura musulmana, soprattutto perché Maometto, che amò molto gli animali, prediligeva le gatte. Egli asserì che le gatte hanno la stessa fierezza delle donne arabe. Tra le quindici mogli e le numerose concubine fu sicuramente Muezza, la sua gatta, la favorita nei momenti più rilassanti. Una leggenda narra che il profeta preferì tagliare la stoffa della propria manica per potersi alzare e andare a pregare piuttosto che svegliare la sua prediletta. In Cina esisteva un dio agreste con sembianze di gatto che, ancor oggi, simboleggia, nello zodiaco, la calma e le lacrime: rappresenta infatti la comodità e la sicurezza, cioè la saggia riflessione degli uomini, ma anche la malinconia delle donne. I giapponesi ritenevano che le streghe potessero tramutarsi in gatto, ma pensavano al tempo stesso che anche i gatti potessero assumere aspetto umano. In genere consideravano questi felini dei portafortuna, soprattutto sulle imbarcazioni. Vari artisti ne riprodussero l’immagine: famoso fu il maestro Utagawa Kuniyoshi (17971861) che li immortalò su tele e tavole, spesso in atteggiamenti umani. Per le religioni orientali non fu mai un animale mal visto e in parecchi templi giapponesi fu accudito come protettore dei manoscritti sacri, evitando in questo modo le distruttive incursioni dei topi.

Europa

È grazie a fenici e romani che in epoca tolemaica (30430 a.C.) si infittirono i rapporti tra Alessandria d’Egitto e le coste mediterranee e poiché nel frattempo era stato cancellato il divieto di esportazione dall’Egitto, il gatto iniziò a viaggiare e raggiunse terre sempre più lontane. In Grecia non ottenne particolare successo, in quanto non veniva considerato un animale utile. Non venne praticamente mai citato in letteratura, tranne che da un poeta di Rodi, che scrisse a un egizio: “Voi vi lamentate davanti a un gatto malato. Io, invece, lo ucciderei per il suo pelo”. Esopo dedicò solo tre brani a questo felide, descrivendolo per altro come astuto, maligno e avido. Tra le opere scultoree esistono l’effige di un gatto sulla tomba di un ateniese e un bassorilievo sul basamento di una statua: in esso si distinguono due giovani che sembrerebbero incitare un cane e un probabile gatto alla lotta. Pian piano fu, comunque, utilizzato anche qui come cacciatore di roditori e colubri, tanto che sull’isola di Cipro sorse in seguito un monastero dove i religiosi allevarono gatti addestrati alla caccia ai serpenti, probabilmente numerosi in quell’isola. I romani utilizzarono il gatto come sostituto della donnola, per la caccia a topi, ratti e talpe. Per questo popolo divenne inoltre simbolo di vittoria e lo portarono al seguito durante le loro conquiste. Fu così che il felino domestico poté risalire l’Europa fino al Vallo di Adriano e raggiungere così le zone più settentrionali. Dopo un periodo relativamente fortunato, intorno all’anno 1000 d.C., durante il quale i gatti, non ancora molto diffusi, venivano protetti da leggi particolari e venduti a peso d’oro, si giunse all’epoca più cupa. È infatti a partire dal medioevo che, nell’Europa cristiana, il gatto viene demonizzato a causa dell’adorazione cui nel passato era stato oggetto da parte delle religioni pagane. Diana, che i romani confondevano con Bast (la dea egizia dal corpo di gatto), dea della luna e simile alla dea della magia è stata oggetto di culto da parte della stregoneria della tradizione italiana. Per questo, nella simbologia medievale, il gatto è stato associato alla sfortuna e al male, soprattutto se di colore nero, e anche alla femminilità. Era l’animale del diavolo e delle streghe. Gli si attribuivano dei poteri soprannaturali, tra cui la facoltà di possedere nove vite. Le leggende e le macabre usanze di questa epoca degli orrori giunsero, anche se molto attenuate, fino a noi e ancora oggi influenzano alcune credenze popolari. La drastica persecuzione dei gatti contribuì, ovviamente, a far aumentare in modo notevole il numero dei topi, finché la propagazione della peste prima e la Rivoluzione francese poi, misero fine al massacro. Sempre per le loro funzioni, particolare fortuna godettero anche sulle imbarcazioni: la Repubblica di Genova li assumeva sulle navi con regolare stipendio. Anche Colombo portò due gatti sulle caravelle e si narra che durante il secondo viaggio il famoso navigatore portò con sé dei gatti per barattarli con dei tacchini, che vennero così introdotti in Europa. Nel 1950 l’ammiragliato britannico decorò alla memoria un gatto imbarcato sulla nave Amethist, assediata dai rivoluzionari cinesi: Philip, questo era il suo nome, aveva salvato dai topi i pochi viveri della cambusa. È però dall’Ottocento che si comincia ad apprezzare il gatto come animale da compagnia, anche per la sua bellezza.

Il Medioevo

In questo buio periodo di caccia alle streghe, i gatti subirono ogni sorta di torture. Si pensò che questo mammifero dormisse di giorno per compiere poi i misfatti del Male durante la notte. Potendo vedere al buio, era sicuramente emissario di Satana e le gatte – essendo dolci, astute e voluttuose – erano materializzazioni delle streghe. Il gatto nero, poi, non era altro che l’apparizione del diavolo in persona. Messi al rogo a Parigi e in Lussemburgo, a Ypres, in Belgio, venivano gettati da un campanile. In Gran Bretagna i gatti erano demoni minori, al servizio delle fattucchiere: fu così che molte vecchiette vennero accusate e giustiziate per stregoneria, solo a causa dell’amore nutrito per i loro inermi animali da compagnia. Si narra che durante l’incoronazione della regina Elisabetta I fu portato in processione un manichino, rappresentante il Papa, in cui erano stati imprigionati dei gatti: al manichino venne poi dato fuoco e, nella credenza popolare, le urla provenienti dall’interno rappresentavano i demoni che possedevano il Pontefice. Sicuramente da questo periodo sono pervenute varie credenze, come il famoso gatto nero indice di sfortuna.

La selezione delle razze

All’inizio della sua convivenza con l’uomo, come abbiamo visto, il gatto era apprezzato per la sua abilità di cacciatore di topi e per la sua gradevolezza come animale da compagnia; solo successivamente è stato applicato il criterio dell’allevamento e della selezione a fini prevalentemente estetici. In Inghilterra, verso la metà del XIX secolo, gli estimatori dei gatti iniziarono a compiacersi delle caratteristiche dei loro beniamini, cercando di selezionarle e migliorarle. La prima vera esposizione felina si svolse al Crystal Palace di Londra nel 1871. In seguito furono fondate associazioni per regolamentare le esposizioni e l’allevamento dei gatti. Nel 1887 venne fondato in Inghilterra il primo National Cat Club e successivamente sorsero anche negli altri paesi numerose associazioni feline. Nei primi anni del Novecento si potevano ammirare già 16 razze ufficialmente riconosciute. Attualmente ne sono riconosciute oltre 70, suddivise in quattro categorie, alle quali vanno aggiunti i gatti di casa.

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Si ringrazia per i contenuti Giunti Editore - De Vecchi

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