Perché vivere con un gatto

02/12/2014
Perché vivere con un gatto

Perché vivere con un gatto?

Perché ci piace tanto avere nelle nostre case un gatto? Perché nutriamo e accudiamo un animale che non è un servitore obbediente né una fonte di reddito? Bastano la funzione di “disinfestatore” nei confronti di alcuni animali nocivi e le doti di agile giocoliere a giustificare la presenza di un micio nelle nostre abitazioni e l’amore appassionato di cui è oggetto?

Una spiegazione etologica

A proposito della nostra inclinazione per alcuni animali, e del nostro disgusto per altri, Konrad Lorenz ha elaborato il concetto di “schema del cucciolo”. Nelle specie animali superiori l’evoluzione ha selezionato un comportamento di protezione nei confronti dei cuccioli, attivando un atteggiamento di non aggressività in relazione a un preciso pattern o schema visivo: testa arrotondata, muso paffuto, naso corto, occhi grandi in posizione frontale.
Nell’animale adulto questi segnali stimolano la propensione a non avere paura e quindi a non aggredire. L’animale uomo è sensibile a questi stimoli, ed è esperienza comune la tenerezza verso i cuccioli in generale (umani e non) e il gradimento per le immagini che ci richiamino questo pattern, capostipite delle quali è il classico orsacchiotto che tutti abbiamo avuto.
Questo concetto può dare ragione anche del disgusto che al contrario altri animali suscitano in molte persone: chi può dire di provare tenerezza per un serpente o per un ragno o per una cavalletta? Questi animali hanno la sfortuna di non avere una “faccia”, e certamente non una “faccia da bambino”, e il primo istinto che suscitano in noi è di paura e diffidenza per uno schema che percepiamo “diverso” e per definizione “nemico”.
Il gatto ha certamente una “faccia”: ha un muso tondeggiante, piuttosto corto, e occhi in posizione frontale. Le linee di occhi, canna nasale, tartufo e labbra formano la caratteristica smiling expression infantile, che fuga da noi paura o diffidenza, suscitando invece simpatia e desiderio di prossimità.

Una spiegazione psicologica

Secondo alcuni psicologi, il nostro comportamento può essere interpretato in base a un “codice affettivo”, che si orienta su due poli: paterno e materno. Il codice affettivo paterno può essere ricondotto alle modalità di relazione di tipo gerarchico, basate su regole rigide che vengono rispettate in ossequio a una autorità riconosciuta (il “padre capobranco”).
L’atteggiamento determinato da questo codice è tipico di persone (uomini e donne) che sentono fortemente l’autorità, amano obbedire o farsi obbedire, sono piuttosto rigide e intransigenti, severe ed esigenti con se stesse e con gli altri. I rapporti interpersonali sono concepiti secondo una scala gerarchica precisa, che deve essere rispettata. In linea generale queste persone sono candidate a convivere in modo privilegiato con il cane che, per le sue caratteristiche etologiche, è un animale che corrisponde adeguatamente alla loro visione del mondo e delle relazioni.
Il codice affettivo materno può essere ricondotto alla modalità di relazione più antica nella evoluzione psicoaffettiva degli individui, quella con la madre. L’atteggiamento determinato da questo codice è basato sulla tenerezza, sull’accudimento, sul senso di calore e protezione. Si rifà agli aspetti più intimi e profondi della nostra personalità, alle prime sensazioni tattili, uditive, olfattive e visive che ci hanno messo in contatto con il mondo, attraverso la mediazione rassicurante della nostra mamma. Questo atteggiamento è tipico di persone (uomini e donne) più sensibili, flessibili, con una visione ludica della vita, meno soggette all’autorità costituita e più inclini al gioco e alla sensualità. Queste persone sono i potenziali compagni del gatto.
Il gatto, infatti, non riconosce un “padrone” al quale rivolgere cieca obbedienza, non risponde pronto al nostro comando e non accetta supinamente imposizioni e castighi, ma ci carezza e si fa carezzare, ci coccola e si fa coccolare e quando si rivolge a noi, vocalizza un “mamao”, stimolandoci con un fonema che, in tutte le lingue, è alla radice del concetto di “mamma”. Il miagolio del gatto, insomma, sembra fatto apposta per stimolare il nostro codice materno, anzi ne rappresenta la simbolica incarnazione.

Mamme e supermamme, cuccioli e supercuccioli

Che cosa rappresenta per noi il gatto? Per motivi etologici e psicologici, fondamentalmente un “supercucciolo”. Anche quando è adulto, per le sue caratteristiche fisionomiche il gatto ci si propone come un eterno “piccolo”, da accudire e coccolare. Per chiamarlo ci accucciamo a terra ed emettiamo un verso che sembra un bacio, lo appelliamo con parole tenere e con un tono di voce quale useremmo con un bimbo piccolo.
Al contrario, se gridiamo o facciamo la voce imperiosa e assumiamo un atteggiamento di comando nessun gatto risponderà mai al nostro richiamo. Uomini o donne, per avere l’amicizia del gatto dobbiamo essere “supermamme”, essere teneri e affettuosi e offrire il nostro corpo (così come il nostro letto, divano o poltrona preferita) perché ci si possa adagiare, assaporando il nostro tepore e il nostro odore.
Il rapporto del gatto con mamma gatta è molto intenso e importante. La gatta sana è una mamma molto efficiente e premurosa, e un’infanzia felicemente trascorsa con lei rende il gattino robusto, equilibrato, sicuro di sé e sereno. Questo periodo felice lascia una traccia nella memoria del gatto, che spesso nel sonno muove le labbra come se succhiasse il latte e probabilmente sogna quei lontani momenti di piacere infinito.
Lasciata la mamma per motivi “anagrafici” (ma esistono anche gatti “mammoni” che rimangono legati alla madre per tutta la vita), ecco che noi possiamo costituire un interessante surrogato. Lo nutriamo, lo accarezziamo, lo teniamo a contatto del nostro corpo. Mamma gatta dà stimoli tattili molto intensi al micino: lo lecca e lo massaggia molto spesso, a lungo e intensamente. Per il gatto le nostre carezze non sono che l’estensione delle cure della mamma, cui risponde beandosi di piacere e lasciandosi spesso andare al più completo rilassamento. Le fusa accompagnano quasi sempre il momento delle coccole (mamma gatta con il gattino, così come l’essere umano con il gatto).

Il bambino che è in noi

Vivere con un animale, e con il gatto in particolare, può assolvere a un’altra importante funzione emotiva, che gli psicoanalisti definiscono come “funzione dell’oggetto transizionale”.
Esempio emblematico è la famosa coperta di Linus. Quando, bambini, dobbiamo cominciare a confrontarci con la realtà, spesso deludente, amara, difficile rispetto al mondo sereno, sicuro, gratificante della nostra primissima infanzia, ci è di grande aiuto e conforto la possibilità di avere momenti e spazi “nostri”, magici, con amici speciali (spesso immaginari) con cui confidarci e ritagliarci un angolo di mondo fatato, in cui sia ancora possibile essere re e regine e sconfiggere i “cattivi”, al riparo da pericoli, frustrazioni e delusioni.
Il tramite per accedere a questo regno felice è l’“oggetto transizionale”, che può essere una copertina, un giocattolo amato o l’animale di casa. Ed ecco che il micio si trasforma nel gatto con gli stivali, cui possiamo confidare i nostri problemi e che ci aiuterà a sconfiggere gli orchi che ci fanno paura e ci renderà sovrani nel nostro reame privato.
Quanti bimbi ansiosi hanno vinto la paura del buio della notte addormentandosi con il loro gatto tra le braccia, che fa le fusa mentre gli parlano piano sotto le coperte! E con quale garbo il gatto sa attendere che il bimbo sia profondamente addormentato, prima di allontanarsi con delicatezza dal lettino, per andare a sbrigare le proprie faccende personali!
Anche da adulti ci possiamo concedere di rientrare nel mondo delle fiabe, e di sfuggire allo stress e alle amarezze della vita quotidiana, lasciandoci guidare dal nostro gatto, peloso Peter Pan che strofinandosi guancia a guancia con noi, ci permette di fare qualche concessione al bambino che è in noi.
 

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Si ringrazia per i contenuti Giunti Editore - De Vecchi

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